LE MURA
E LE FORTIFICAZIONI DELLA CITTA' DI AVOLA
di Marco Randazzo
Le
mura di Avola non sono oggi più esistenti; il loro interesse non riguarda
quindi la loro importanza passata, che come sappiamo, è stata più
di ordine simbolico che realmente strategico, ma riguarda soprattutto il loro
ruolo nella retorica urbanistica che ha fatto sorgere una disputa filologica
sulla loro reale esistenza. Una volta accertato questo dato rimane
da verificare la materialità della loro costruzione e la loro incidenza
sul cantiere della città.
Di Avola, si
scrive nella "Platea" che " è tutta piana
e le sue muraglie non sono alte da terra che quattro palmi".
(fig. 1b)
Questa testimonianza, confermata inequivocabilmente dai dati d'archivio, ha
consentito di stabilire con assoluta certezza l'esistenza di mura nella nuova
Avola, certezza che farà giustizia delle troppe disquisizioni sorte
a questo proposito.
L'italia ha disegnato una pianta di città che comprende, come la pianta
del Cutaneo, una cinta fortificata secondo la tecnica delle opere difensive
del XVI secolo. Un primo muro delimita la strada perimetrale che in una città
militare serve come accesso alle mura e permette la libera circolazione dei
pezzi d'artiglieria tra i vari baluardi; una linea esterna definisce il sistema
fortificato propriamente detto, consistente in sei bastioni d'angolo e sei
mezzi baluardi posti a metà delle cortine per rinforzare i fuochi incrociati
provenienti dai baluardi angolari, sempre secondo il modello del Cutaneo.
Oltre a questa linea, che misura in larghezza circa un quarto di isolato,
si sviluppava un fossato
esterno. Tutte opere che, idealizzate nella rappresentazione del Guttadauro,
sono in gran parte ancora leggibili nelle carte catastali, perché sono
servite da appoggio alla costruzione delle case nel corso del XVIII secolo.
Le fortificazioni non avevano dunque, come è stato scritto,
soltanto "un valore puramente esornativo di completamento della
figura urbana", ne si trattava di una semplice aggiunta posteriore
realizzata per rassicurare l'autorità centrale. Si trattava invece
di una parte fondamentale della città progettata dall'Italia della
quale, si può ben dire, facevano parte integrante, costituendo così
un sistema del tutto organico. Basti pensare la ripetizione chiaramente intenzionale
del dimensionamento modulare che informava tutta l'ideazione del progetto
urbanistico.
Se le fortificazioni di Avola non vanno quindi riportate ad aspetti puramente
formali, ma ai reali bisogni di giustificazioni nei confronti di una amministrazione
centrale, tuttavia le concrete esigenze difensive di un piccolo insediamento
litoraneo non richiedevano certo soluzioni complesse. Per questo motivo la
tecnica impiegata nella costruzione del perimetro fortificato di Avola differisce
del tutto da quella già iniziata dal Vauban che consisteva innanzitutto
nell'interramento delle fortificazioni e nella creazione di più linee
di difesa tra loro comunicanti. A ciò si aggiunga la sostituzione della
verticalità delle mura con la profondità spaziale dei fronti
interrati, la cui estensione occupa dalle fortificazioni alla fine del Seicento.
La differenza di tecnica fortificatoria adoperata dall'Italia non significa
che l'architetto non conoscesse i moderni metodi di fortificazione e si servisse
di superati trattati militari.
Le mura pensate dall'ingegnere Italia per la difesa della città
così come sono tramandate dalla pianta del Guttadauro erano costituite
da una cinta bastionata con baluardi agli angoli e cortine nel mezzo. I bastioni,
allineati in funzione di difesa-offesa rispetto alle traiettorie delle armi
di artiglieria, determinavano un sistema difensivo consono, nelle proporzioni,
ad un piccolo centro feudale, dove la mancanza di un porto garantiva, peraltro,
una certa sicurezza bellica. Non disponendo dei disegni originali, è
difficile valutare l'effettiva dimensione progettuale delle fortificazioni,
anche perché i "rivellini" che riscontriamo realizzati
nel secondo
decennio del Settecento non sono rappresentati sulla pianta, né i documenti
evidenziano se erano stati predisposti dall'architetto o se sorsero sotto
la spinta delle esigenze belliche manifestatesi in tale periodo. (fig. 2b)
La mancanza dei grafici originali non consente di stabilire le proporzioni,
gli spessori e l'inclinazione dei baluardi delle mura dell'esagono. Pertanto,
tra la pianta postuma del 1756 voluta dal Guttadauro e il progetto dell'Italia,
potrebbero esserci delle discordanze, l'inclinazione dei baluardi nella fortezze
era studiata per essere allineata alle traiettorie dei cannoni "affinché
niente, uomo o macchina, potesse avvicinarsi al muro".
(fig. 3b)
Per l'edificazione delle mura nel 1693 erano state realizzate molte "canne
di fossi", ma difficoltà economiche ne avevano impedito il
proseguimento. I lavori erano stati ripresi nell'Aprile del 1965 con la soprintendenza
del capomastro Antonio Mastro Giacomo alias Di Mauro. I registri della tesoreria
dell'Università mostrano che si acquistò, depositandola in un
baluardo vicino la "marina", calcina della calcara di Cava
Grande, mentre tre mastri, e con loro undici operai, lavorarono per giorni
"quarantuna e mezzo" a definire il fossato delle fondamenta.
Per continuare i lavori,in considerazione dei costi che la fabbrica di "muraglie
e ripari così necessari" esigeva ai cittadini
non si potevano richiedere ulteriori tasse ed il Parlamento siciliano stanziava
donativi solo per le fortificazioni dei centri costieri del Regio Demanio
-, il Consiglio dei Deputati della città formato da 38 persone avanzò
richiesta alla Regia Cancelleria di Palermo di poter vendere alcune terre
dell'Università al fine di "applicarsi il prezzo di quelle
ed erogarsi per l'effetto suddetto et edificazione di muraglie e ripary
così necessary" L'autorizzazione venne concessa il 3 agosto
1695.
Dalla "fu Avola", intanto, si trasportavano "pietre
d'intaglio vecchio di mina (pietra forte)" e si acquistavano "mazzacani";
altra calcina si depositava nel centro della piazza maggiore e vicino alla
fonte di Borgellusa, dove a protezione della sorgente era stata prevista la
costruzione di un muro. Nello stesso periodo veniva ingaggiata una squadra
di manovali calabresi per lo scavo delle fondazioni della città e più
precisamente per il "fosso dove s'han da fabbricare le fortificazioni
di questa città".
(fig. 4b)
Nel mese di agosto mastro Filippo Santoro, che "per nota di liberatione
ed estimo di candela" il 9 giugno aveva ottenuto l'appalto della
costruzione delle mura, ricevette sessanta onze, diciotto tarì e quattordici
grana per aver consegnato 276 canne e un palmo di fabbrica. Alla fine del
mese di agosto, data di chiusura dei conti, erano state spese ben 135 onze
per i lavori. Sui registri dell'Archivio Pignatelli è segnato un ulteriore
mandato a favore del Santoro, ma l'esaurirsi del finanziamento non ne dovette
permettere il completamento se il viaggiatore inglese john Dryden junior,
il 21 novembre 1700, trova Avola sprovvista di opere di fortificazione. La
difesa era comunque assicurata dalle case che, disposte a schiera sul lato
esterno della strada perimetrale dell'abitato, erano "tutte circondate
di piccole aperture per tenere lontano li i nemici con pochi moschetti
o scopette". Di questo testimonia anche un atto dove è riportato
che in una casa, fabbricata subito dopo il terremoto nel quartiere di S. antonio
di Padova, il muro esterno era "fine e muraglia della città"
e la porta in esso apertasi dava "nel terreno fora dette Muraglie
del fegho di Mutubè".
(fig. 5b)
A dare continuità alla costruzioni delle mura furono gli eventi politici
consequenziali all'assegnazione, nel 1713 e con la pace di Utrecht, della
Sicilia a Vittorio Amedeo II di Savoia. Le riforme amministrative ed i rigori
apportati dal re sabaudo, non accettati dal clero e dai baroni siciliani,
facilitarono il ritorno della Spagna, la cui flotta nel 1718 sbarcò
a Palermo. Le truppe piemontesi, per motivi strategici, si concentrarono a
Siracusa ed Avola primo centro a sud dalla città aretusea e feudo
di una famiglia aragonese -, intendendo favorire il rientro in Sicilia della
monarchia spagnola, creò uno sbarramento militare, attuando un piano
che coinvolse anche i centri dell'entroterra. Conduttore dell'operazione fu
Ascensio Battaglia, milite esperto, deputato della riedificazione della città
e di molte chiese in tale fase sindaco.
Da un esito dell'Università del 21 Luglio si apprende che una compagnia
di soldati a cavallo giunse in soccorso da Modica chiamata da Avola e Noto
"per l'imminente pericolo delle scorrerie e minacce delle truppe
nemiche residenti a Siracusa". Ma Noto, città demaniale priva
di fortificazioni, non continuò ad appoggiare la causa spagnola.
Ad Avola, per rinforzare le mura e per posizionare quattro cannoni, si costruì,
sotto il controllo di Filippo Santoro, un baluardo nel quartiere di S. Giovanni
battista. Nel contratto si stabilì di fare "con tutto l'attracco
di pietra, calce, acqua, mazzacani, intagli ed ogni altro necessario, escluso
però il terrapieno" da realizzarsi con terra all'interno. Per
i lavori di "rivellino" (avamposto del baluardo), si aggiudico
l'asta Michelangelo Alessi impegnato negli stessi anni nell'edificazione
della Matrice - che si impegnò a terminarlo in un mese.
Notizie sulla presenza di "rivellini" si hanno, oltre a S.
Giovanni, anche accanto alla chiesa di S. Antonio Abate; al convento di S.
Maria di Gesù e alla chiesa di S. Venera dove è posizionata
dell'artiglieria. Non risulta che se ne approntassero nella parte perimetrale
opposta della città, da dove, peraltro, pervenivano i rinforzi rivolti
a sostenere la comune causa.
Nella lista delle spese dell'Università si riscontra la paga a sentinelle
poste in montagna e al passo di Cassibile. Sono pure registrati tentativi
di attacco da parte savoiarda, ma è sul mare antistante ad Avola, nella
battaglia di Capo Passero, che la flotta spagnola l'11 agosto 1718 venne disfatta
dagli inglesi aderenti alla coalizione antispagnola (Quadruplice Alleanza).
Dai sei vascelli bruciati si recuperarono cannoni che, dapprima alloggiati
presso magazzini della marina, vennero poi posti a difesa della città.
Soccorso fu prestato ai sopravvissuti. Probabile testimone di questo evento
fu Francesco Di Maria, che nella sua Ibla rediviva ricorda il memorabile combattimento
e il "grande incomodo" che costituì per Avola.
In Ottobre la città festeggiò la presa, da parte degli spagnoli,
della "cittadella" di Messina. Nel 1719 si realizzarono e si sistemarono
ulteriori strutture ricettive e di servizio quali fondaci, l'abbeveratoio
nella fonte di Qualleci nell'omonima contrada, e soprattutto forni, anche
molto pane giungeva da Modica e Spaccaforno (Ispica) per l'arrivo in Avola
di reggimenti provenienti da "Barcellona, Normandia e Salamanca".
Per ordine del procuratore generale dei Pignatelli, continuarono a costruirsi
i bastioni, ma in estate i piemontesi lasciano l'isola. In novembre il marchese
di Avola Nicolò Pignatelli Aragona Cortes fu eletto viceré di
Sicilia da Carlo VI, imperatore di Casa d'Austria, al quale con il trattato
dell'Aja si assegnò la Sicilia. Nicolò Pignatelli governò
da viceré fino al 1722, anno in cui, lasciata Palermo, si trasferì
a Napoli.
Notizie sullo stato delle fortificazioni di Avola si ritrovano nel 1733 nella
Platea universale delli Stati di Terranova, dove si afferma che nel sito sestangolare
le muraglie "non sono alte da Terra, che quattro palmi, ed
in parte poco più alte,ed in parte poco più basse",
e poiché "la spesa per alzarle a proporzione sarebbe molta,
non potranno mai quell'abitanti vederle a perfezione, molto più che
la calamità de' tempi non dona speranza ancorché remota che
si possa da' medesimi naturali contribuire cosa veruna per detta edificatione
di mura".
(fig. 6b)
L'anno successivo, nell'ambito delle guerre di secessione, la Spagna riprendeva
ai tedeschi la Sicilia; ad Avola le "muraglie" ospitavano nuovamente
guarnigioni di militi provenienti dalla contea di Modica.
Sorprende constatare che i lavori delle mura ripresero nel 1743, ma bisogna
tenere presente la funzione di confine fiscale che a tale data essi rappresentavano:
problematica la salvaguardia degli interessi comunali attraverso la
cinta daziaria che ancora nell'Ottocento impedirà a molte città
d'Europa un libero processo di urbanizzazione.
Nella relazione di Battista Santoro, "capo magistero di fabbrica"
ad Avola, è evidente l'attenzione a riordinare,proprio per il controllo
dei dazi, le aperture nominate del Fundaco, del Bellosguardo, di S. Maria
di Gesù, dei cappuccini, del Lavinaro.
Nel 1757 Vito Amico scrive che "agli angoli e ai lati dell'esagono
sono dei forti ancora imperfetti ai quali sono appoggiati quattro porte primarie,
che corrispondono ai quattro punti cardinali".
7b
Da tutte le testimonianze citate possiamo dedurre che alla metà del
Settecento le mura di Avola erano state sicuramente costruite e che in esse
erano state aperte le porte urbiche, anche se si trattava di mura non troppo
elevate, ma che pure col loro fossato riuscivano a dare da lontano l'impressione
di una città difesa.
Nel 1858 Giuseppe Bianca testimonia che "la cinta esteriore è
di un fabbricato quasi continuo, ampliato e situato qua e la da opportuni
cortili, e che lascia otto sole aperture nei punti in cui ricadono i sei angoli
della figura e nel centro dei due lati più stretti del parallelogramma".
Successivamente non ci fu interesse a definire i baluardi e sarà l'espansione
demografica ad eliminare le barriere con il territorio. Il sito delle mura,
dalla parte dell'entroterra, laddove minore fu la spinta a realizzare le fortificazioni,
nel 1867 era già privatizzato: inglobato e superato dai fabbricati,
sui lati compresi tra nord-est e sud-est, dove meglio la cinta era stata definita,
il profilo esterno delle fortificazioni, come evidenziano le carte dell'Ottocento
e i rilievi catastali, funse da limite urbano fino agli inizi del Novecento.
Lo sviluppo urbanistico della città si avvalse della progettualità
pensata per dare continuità all'impianto planimetrico della rifondazione,
anche se negli anni Quaranta dell'Ottocento si tentò di evitare lo
scollamento tra la costruendo strada provinciale Avola-Siracusa e l'ingressi
della città. In tal senso il sindaco pro tempore intervenne affinché
la "curva che sfigura il bello dell'entrata" fosse
modificata con un'entrata più grandiosa da protrarsi in linea retta
per un certo tratto, poiché "sarebbe desiderio generale che
la strada provinciale sia il progredimento di quella dell'interno di
questo abitato". Ma ebbero il sopravvento interessi privati, per
allargare la carrozzabile si demolì la porta di "pietra bianca"
della settecentesca cinta e i conci vennero conservati per un loro riutilizzo.
La città si espanse seguendo la morfologia del terreno, con case a
schiera in stretti vicoli e irregolari slarghi.
Un tentativo di intervento urbano, pensato come proiezione e dilatazione dell'insediamento
originario per usufruire delle risorse ambientali, si ebbe nella seconda metà
dell'Ottocento, su progetto di Salvatore Rizza al 1808 risale un primo
progetto dell'architetto Vincenzo Fiorelli -, con il prolungamento del Cassero
e la sua deviazione ad angolo ottuso, sottolineato da un tondo, per congiungere
il centro allo scalo marittimo, e questo alla stazione ferroviaria.
Nel 1931 l'apertura di un asse di collegamento tra il decumano e il mare proiettò
la città verso la costa, facendo superare gli ultimi confini delimitati
dalle mura. La forma planimetrica dei baluardo continuò a percepirsi
nel Cortile Grande e soprattutto nel Largo Baluardo, che anche nel toponimo
conserva memoria della sua originaria funzione.
In definitiva possiamo dire che l'Italia, col suo progetto di mura, ha non
solo consentito il sorgere di Avola a poche centinaia di metri dalla riva,
ma la ha anche elevata a rango di "città", almeno se vogliamo
seguire l'eccezione che di questo termine ci dà l'Encyclopédie.
Note.
1b. Costruzione geometrica di baluardi di città fortificata a pianta
esagonale.
Incisione (da G. Amico).
2b. Apoca dell'Università di Avola datata 9 luglio 1719 per la
fornitura di materiale destinato alla costruzione dei bastioni
della cinta muraria.
3b. Esempio di attacco nemico su un lato di città fortificata con
bastioni angolari e sprovvista di baluardetto.
Incisione (da M.G. Cutaneo, 1608).
4b. Esempio di fortificazione di un lato di città con bastioni
angolari, baluardetto e la descrizione delle traiettorie di tiro
dei cannoni.
Incisione (da M.G. Cutaneo, 1608).
5b. Avola, prospetto posteriore di alcuni edifici di via Nizza (ex via
Baluardo) che conservano ancora oggi il carattere difensivo
Assunto nel Settecento.
6b. Carta I.G.M., 1867, scala 1:50.000 (particolare).
Carta I.G.M., 1897, scala 1:50.000 (particolare).
7b. Carta I.G.M., 1928, scala 1:25.000 (particolare).
Carta I.G.M., 1968, scala 1:25.000 (particolare).
Lavoro
eseguito e spedito alla nostra redazione da Marco Randazzo studente all'accademia
di belle arti.